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Mal di mar...ito!
Era uno stanzone umido e freddo, i muri sudici ed imbrattati da scritte traspiravano odore di rabbia e sofferenza. Nella sala d'aspetto c'era un'aria viziata, cartacce e cicche di sigarette sul pavimento, vecchie panche sgangherate aggiungevano un tono di ulteriore squallore a quella sala della Pretura.
<Signora, stia calma. Solo poche parole, dica lo stretto necessario e solo quando il giudice l’interrogherà.> diceva un avvocato alla sua cliente.
<Avvocato sono tanto turbata… per carità non mi lasci sola. Ho una nausea spaventosa, come se stessi in barca in mezzo alla tempesta. Sono distrutta. Dopo trent’anni di matrimonio… e dopo che gli ho dato i migliori anni della mia vita… lui, quel porco delirante, s’innamora e si sbatte una ragazza come un diciottenne… ci voleva la russa a rovinarmi la vita!>
<Collega, una cortesia, ho un diabetico cronico… mi fai passare avanti?>
<Non posso, ho fretta, noi ci sbrighiamo in cinque minuti… tra mezz’ora ho un’altra udienza.>
<Lo sapevo, me lo sentivo… quella là mi succhierà fino all’ultima goccia di sangue… è una vampira, io la conosco. Finirò sotto i ponti a mendicare, sarà la mia rovina…> parole che scaturivano a raffica dalla bocca di un distinto e maturo signore con evidente nervosismo.
<Nooo… ci mancherebbe e io che ci sto a fare – interveniva l’avvocato – se la sua ex moglie avanza pretese, noi presentiamo le prove con testimoni di infermità mentale ed alcolismo cronico e tutto si risolve.> <Ma se è astemia.> ribatteva il marito sempre più preoccupato.
<Se la signora è astemia… peggio per lei. A noi che ce importa… mi lasci fare. Il giudice è un uomo e tra uomini queste cose si comprendono… la giustizia è con noi! Si dice che sia femmina… invece spesso è maschio! Si calmi, ora ce l’andiamo a prendere un buon caffè?>
Una seducente e raffinata quarantenne si stringeva nervosamente nel cappotto color cammello dal collo di volpe e <Mi ha trascurata per anni… perfino in luna di miele è andato a giocare a calcetto… dice lui, chissà quante se n’è fatte… sono stufa. Ora ho voltato pagina e ci sono dentro fino al collo… voglio la mia libertà. Quello lì mi farà scontare la bella storia che sto vivendo con l’uomo della mia vita.>
<Non c’è obbligo di fedeltà da parte sua… ci mancherebbe, dopo tutto quello che ha passato con quel maniaco sporcaccione. - le rispondeva una donna ossuta con occhiali dalla montatura di tartaruga. - Non tema... nel caso ove mai tale eventualità si verificasse, non si tratta d’infedeltà. La si può chiamare, come si usa dire, un’affettuosa amicizia voluta dal destino per ripagare i torti. Sa quante signore vorrebbero, come lei, annegare in costosissimi profumi francesi, in dozzine di romantiche rose scarlatte, gioielli veri, abiti firmati, caviale e champagne in alberghi a 5 stelle al top del lusso… e non guasta affatto con un gran ficaccio? Beata donna! Mi sono spiegata? Invidiata sì ma, via, non condannabile!>
Coglievo qua e là frammenti di discorsi ricolmi di nervosismo, di rancore, di paure. Le pareti rugose traspiravano la pena di tanta umanità, che sostava in quelle stanze. In un mondo d’indifferenza si è più vulnerabili e in quello stesso mondo si cerca protezione. Di colpo mi sentii stanca. La pioggia mi aveva lasciato addosso una sottile umidità, che mi penetrava nelle ossa. Senza fretta un uomo si era seduto di fronte a me. Lo sguardo era assonnato, fece un lungo sbadiglio scoprendo una bocca piena di buchi neri. Per fortuna i miei denti erano sani, pensai. Mi venne in mente un’amica che una volta mi aveva detto: <La separazione di una coppia infelice è come un dente cariato, duole tanto prima, ma dopo averlo estratto non fa più male e si ricomincia a mangiare.> Guardai l’orologio e senza volere mi si affollarono i ricordi legati ai 20 anni trascorsi con “lui”. Cercai un momento di cui valesse serbare memoria. Era difficile, tutto era confuso e non riuscivo a fermarmi su una situazione felice o su un’occasione piacevole… possibile che non rammentassi nulla? O forse non ce n’erano mai state? Il passato è soggettivo e i ricordi della nostra storia sono un’attestazione emotiva. La realtà è un’ipotesi ove la verità proviene dalle testimonianze di un passato visto attraverso una lente deformata e dove ci sono grovigli di situazioni difficili da interpretare nel tentativo di scoprire la realtà. Com’erano le nostre giornate? Al mattino “lui”con gli occhi ancora gonfi di sonno, di pessimo umore, borbottava qualche parola incomprensibile. Quando gli chiedevo: <Che c’è?> La risposta con voce cupa e malevole era sempre la stessa: <Sono seriamente preoccupato.> Ed io mi chiedevo di cosa fosse seriamente preoccupato, visto che io ero investita di ogni tipo di problema economico e lavorativo. Per presunzione e temperamento dispotico, veniva continuamente allontanato da incarichi e collaborazioni remunerate perché diventava sempre più litigioso con tutti. L’interesse sbagliato che aveva verso il teatro lo portava a scrivere drammoni, che poi si ostinava a rappresentare con notevoli insuccessi. Pur essendo ben scritte, le sue commedie divenivano pesanti e noiosissimi spettacoli. I pochi spettatori che intervenivano, quasi tutti invitati, tra il primo e secondo atto scomparivano furtivamente, i meno delicati se ne andavano imprecando ad alta voce per aver perduto una serata. Spesso non si poteva neppure proseguire lo spettacolo per mancanza di pubblico con la felicità di tutti, che tornavano a casa prima. Intanto “lui” era diventato un drammaturgo irascibile di scarso successo, un regista acido e saccente di scarse vedute ed un produttore di scarse finanze. Faceva teatro raccontando la visione del suo ristretto mondo interiore in una sorta di danza tetra popolata dai peggiori fantasmi. La sciagura che ci perseguitava era principalmente il tema ricorrente delle sue storie. I poveri personaggi erano colpiti da ogni tipo di disgrazie fisiche e mentali, straziati da paralisi e da mutilazioni gravi, tutti sfigati e perseguitati da uno schifo di jella cronica. Mariti infedeli, mogli avvelenatrici, vecchie signore cieche e schizofreniche, figli assatanati pronti a trucidare l’intera famiglia per pochi spiccioli, nonne rimbecillite e spaventate sull’orlo di crisi paranoiche, handicappate e vecchie madri rinchiuse negli ospizi lagher e tutti i personaggi erano soffocati da una miseria morale e materiale. Mai che si parlasse di un popolo di giovani belli e felici o di ricchi industriali sulla cresta dell’onda allegri e pieni di soldi. Scenografie deprimenti dipinte solo in varie sfumature di grigio, dimore cadenti, locali fumosi frequentati da drogati e balordi, bassifondi umidi e oscuri. Nell’illusione teatrale si rappresentavano i peggiori drammi della vita e di crimini vecchio stile. In queste atmosfere, vere lacrime solcavano i volti degli attori, anche dei più cani, i quali non per bravura, recitavano alla perfezione il vissuto di momenti crudeli della propria vita nella più spietata verità. In platea quei pochi coraggiosi rimasti, per lo stesso motivo erano sempre più depressi ed applaudivano in singhiozzi disperati. L’atmosfera generale era molto più che negativa, perché ciascuno seralmente ripercorreva le proprie pene. Era dura! Durissimi erano soprattutto i costi e le insolenze degli impazienti creditori. In tutto questo disastro a “lui” il sonno non mancava mai. Malgrado le preoccupazioni, i debiti, le ansie…”lui” dormiva di gusto oltre dieci ore a notte.
Spesso si svegliava nervoso, perché diceva di aver sognato poco, anzi pochissimo. Pare che i sogni gli suggerissero spunti per nuove pessime commedie. Io passavo le notti girandomi e rigirandomi continuamente e, confinata in un angolino, difficilmente prendevo sonno. Il mio nemico di letto invece se la dormiva alla grande facendo di notte quei sogni deliranti, che di giorno traduceva in degenerati lavori teatrali. Tirava calci, a braccia aperte e gambe divaricate ed invadeva di traverso tutta la superficie del talamo. Con energici colpi di mano teneva lontano chiunque s’avvicinava al suo territorio, che difendeva come una tigre da guardia. Prima s’agitava, poi lentamente si rappacificava col mondo e con la bocca aperta respirava sempre più pesante per finire con un fitto russare. Cupi grugniti s’alternavano ritmicamente a prolungati sibili per diventare in un crescendo come le trombe di un battaglione di cavalleria all’assalto. Si dibatteva con furia accanendosi contro le coperte, che conquistava attorcigliandosele sul suo corpo turpemente peloso. Malgrado cercassi di resistere all’assedio, sconfitta restavo interamente scoperta al freddo delle lunghe notti invernali. Emetteva urla soffocate, che nel silenzio notturno si amplificavano. Se cercavo di farlo smettere mi colpiva con schiaffi e calci, che regolarmente restituivo. Alla fine arrabbiata per la colluttazione, ero costretta a svegliarlo con violenti strattoni. Il forzato risveglio era seguito da ingiurie verbali e rumorosissime proteste. Poi si ricomponeva e riprendeva i suoi ignobili sogni. Ma la nottata non era finita. A volte quei sogni mutavano rotta ed umore. Non si sa per quale gioco della mente o per quale occulto motivo psicologico, cambiavano e diventavano sogni allegri e divertenti. Mentre cercavo di prendere sonno, capitava che nello stesso letto, scoppiassero risate fragorose e sghignazzi sguaiati, che risuonavano nella notte accompagnati da pacche sul mio fondo schiena.
La mattina non rammentava più nulla. Se provavo a chiedere, mi raccontava solo i sogni più ripugnanti e truculenti. Mi domando come si fa a vivere nell’opacità dove c’è solo un grigio triste e non vedere la tavolozza piena di colori bellissimi e pieni di sfumature che è dentro di noi. Quel mondo grigio però, noi lo costruiamo con i nostri pensieri, le nostre paure, i nostri limiti, le nostre frustrazioni, le nostre ansie. È difficile separarcene, perché lentamente è divenuto la nostra droga.
Per anni con “lui” ero vissuta in catene tra disaccordi, liti, preoccupazioni, notti insonni, risentimenti, bugie, rancori mai superati, tanta fatica e sebbene non fossi gelosa, intuitivo le sue numerose infedeltà. Proprio tutto questo ci aveva stretti in un legame perverso e duro da spezzare. Mi sentivo logorata, consumata e spogliata d’ogni allegria, d’ogni entusiasmo, d’ogni gioia di vivere. Infine sul nostro viale del tramonto apparve una provvidenziale ultima goccia ed il vaso traboccò… Io compresi che ero stata graziata e scelsi la libertà.
Non senza sofferenza, avevo varcato la porta di quella Pretura, sezione divorzi, ed in quella sala d’aspetto ero in attesa della conclusione del mio fallimento... ma fallimento non era.
La vita in quel momento mi forniva esattamente ciò di cui avevo bisogno: un cambiamento. Questo era il senso di tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento con tanta pena. Non si riempie un bicchiere d’acqua, se prima non abbiamo aperto il rubinetto. Se non diamo l’impulso al flusso, non accade nulla. Quando siamo immersi nella notte più oscura dell’anima, è rasserenante capire che il solo motivo d’essere finiti in quel luogo è perchè noi stessi abbiamo dato il via e siamo pronti a ricevere quello che la vita ci regala. È il modo più immediato di guarire i nostri mali e le nostre grandi paure personali, come per esempio la solitudine. Per alcuni può essere spaventoso, per altri è la gioia più grande. Nella solitudine si acquista forza ed ogni sofferenza prende un nuovo significato. Si sfida l’Universo e si sopravvive a qualunque esperienza.
Sull’ultimo atto di quella farsa stava per calare il sipario ed in teatro si stavano spegnendo le ultime luci. La verità è di tutti e non è di nessuno e quando per sanare dentro di noi una qualunque situazione ci proponiamo di rinnovarci crediamo che è sempre l’altro che deve cambiare, invece il cambiamento deve partire da noi.
Nel nostro caso era evidente che non facevamo parte della stessa mela. Il nostro incontro mal riuscito viene comunemente definito come “esperienze non condivise”. Ciascuno ha la propria evoluzione e per essere in equilibrio perfetto bisognerebbe compiere esperienze assieme in perfetta armonia. Per noi non era stato così.
Mi sentivo insoddisfatta, inutile, invasa da un grande vuoto, come se la mia vita si fosse bloccata a mezza strada. Eppure ero certa che il mare più bello non l’avevo ancora navigato e mi sentivo in un cosmo dominata dal caos. Guardai fuori dalla finestra, il cielo aveva uno sguardo cattivo e l’inverno si preparava a colpire. La testa mi girava, il mio stomaco era disturbato e come la signora sentivo una nausea che mi saliva fino alla gola. A me non era mal di mare. Era un male sottile, che accentuava la mia tensione ed era solo mal di marito. Finalmente giunse il mio turno, l’avvocato mi fece cenno ed io senza fretta entrai nella sala dell’udienza.
<Perché vuole separarsi?> mi chiese la giudice. Era una donna, portava sul volto segni evidenti di stanchezza e di noia. Non volevo più ricordare e tanto meno ripetere tutto quello che avevo vissuto per 20 anni. Mi appartenevano nel male e… nel nulla, ma erano miei. Avrei voluto dire <Perché “lui”è prepotente, è astioso, è pigro, è tetro, non ha un briciolo di humor e con “lui” mi sono sempre annoiata a morte! “Lui”non ride mai… magari qualche volta per sbaglio in sogno!>Senza un briciolo di originalità, sarei stata estremamente banale. Chissà quante volte aveva ascoltato storie più o meno simili. Certamente non avrebbe compreso che quel modo di concepire la vita era un disastro sul piano lavorativo, su quello economico e soprattutto sul piano affettivo. A guardarla bene, forse anche lei era una trucida, con quella faccia di colore tendente al verde foglia morta! Risposi poche parole, come aveva detto quell’avvocato della sala d’aspetto. Era l’ultima causa e per quel giorno le udienze erano finite. Era stata molto più lunga l’attesa che la conclusione di 20 lunghi anni. Feci un respiro profondo… era veramente tutto finito? Ero stata rinchiusa per troppo tempo in una gabbia e io stessa avevo per tanti anni gettato via la chiave. Mi sentii miracolosamente più leggera, non avvertivo più nausee. Compresi che stavo per varcare la soglia di un nuovo mondo con nuovi valori. Prima però era necessario attraversare molte notti oscure dell’anima, di cui la prima è la più difficile e rappresenta il vero cambiamento. Le esperienze che seguono cominciano ad acquistare un nuovo significato. Era tempo che cominciassi a conoscere a fondo me stessa e forse, chissà, avrei trovato una “donna speciale”. Sorrisi compiaciuta e divertita. Ero uscita all’aperto e mi accostai il bavero dell’impermeabile al collo. Aveva smesso di piovere, l’aria era diventata fredda ed un pallido sole si era appena affacciato dietro le nuvole grigie. <Meglio il freddo che la pioggia> dissi ad una signora, che come me era infreddolita. <Già meglio… ma io preferisco il sole> mi rispose ironica.
Da un vicino forno arrivava il profumo del pane appena sfornato. Sentivo un vuoto allo stomaco e perché no… magari avrei mangiato una pizza. M’incamminai verso il posteggio a passo spedito. Ero leggera, serena e pensai:<E’ vero… il dente malato fa male finché non si estrae… poi passa tutto.> Misi in moto la macchina e mi diressi verso una rosticceria nota per il forno a legna e le sue pizzette calde.
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